Cosa significa trascorrere le vacanze in Italia quando sei un Expat.

A breve iniziano le vacanze estive e ovviamente le mie vacanze sono puntualmente in Italia, dai miei. Tornare a casa è sempre bello, ma CHE STRESS! Preparare la valigia, affrontare un volo di 10 ore, l’eccitazione di vedere tutti, sopravvivere al jet-lag, condensare le visite ad amici, parenti, dottori, parrucchiera e poi non appena ti sei un po’ assestato, è l’ora di rifare la valigia, ripartire e affrontare nuovamente la dura realtà della vita da Expat.

Pensa se tu avessi un figlio come me!” mi dice la mia amica Sara. No, sinceramente non ci voglio pensare.  Non ho un figlio ma ho comunque un volo da prendere, che tra l’altro mi è costato 1000$ e non so neanche con quali soggetti dovrò condividere le 10 ore di volo. Tanto per citarne uno, l’ultima volta il tipo seduto accanto a me si è alzato la bellezza di 9 volte per andare in bagno e per NOVE BENEDETTE VOLTE mi sono dovuta alzare perché mi avevano dato il posto sul corridoio. E poi c’è sempre il solito problema di riuscire a far entrare un po’ di tutto in quei 23kg di bagaglio. Mi pare già più che sufficiente, Sara, anche senza figlio.

In questo post vi farò un breve elenco delle cose che mi stressano di più nel trascorrere le mie ferie in Italia.

 

1) Preparare la valigia. Caspita! Dopo il milionesimo volo siamo sempre alle solite: IO E LEI – la valigia che mi odia. Sì, ultimamente ho come la sensazione che la mia valigia in qualche modo mi odi. Come metto la pochette dei trucchi, siamo già fuori peso. Basta toglierla e TAC! Siamo già nella safe zone sotto i 23 kg. Ma secondo te, valigia,  ti pare che non porto la pochette dei trucchi? Quando atterro in Italia dovrò pur minimizzare gli effetti devastanti del volo in compagnia di quei marmocchi urlanti o perché il mio vicino aveva la cistite o perché non esistono più quelle poltrone morbide e comode di una volta.  E poi c’è la storia della scelta dei vestiti, dei documenti vari, dell’avrò chiuso la porta di casa. Insomma, il periodo pre-partenza è chiaramente un momento tormentato, è tutto un aggiungere e togliere roba dalla valigia  da casa fino al banco del check in.

 

2) Le cose burocratiche da sbrigare una volta arrivati in Italia.  Ma veramente nel bel mezzo del XXI secolo, nel 2018, nell’era del digitale, abbiamo ancora bisogno di presentarci personalmente in posti come Le Poste Italiane, le Università, la Banca? Va bene il rapporto interpersonale, vada pure il fatto del coltivare le conoscenze ma io ho fretta, direttore!!!!

 

3) Ma parti già? Immaginatevi il dover condensare in una settimana tutti, amici, parenti, etc… E poi si presenta puntualmente quello che,  al tuo 5° e penultimo giorno in Italia, se ne esce con “Ma parti già? E io quando ti rivedo?” MAI PIU’, TI ODIO. Santo cielo! E’ tanto se sono qua. Potrei essere sulle spiagge di Santa Monica a bere Mojito davanti ai surfisti californiani e tu mi dici che una settimana è poco? Beh, effettivamente a pensarci bene non ha tutti i torti. Dovrei farlo presente al mio capo.

 

4) Visite dal dottore, dal dentista, dall’oculista e dalla parrucchiera! No, non è che non mi fido degli specialisti in America, figuriamoci…ma quelli in Italia li conosco, sanno la mia storia, e poi sì, diciamoci la verità in Italia costa tutto molto meno!

 

5) I chili in più sulla bilancia. Cioè io non so voi, ma The Sillygoose come atterra sul suolo italiano ha già preso 4kg. Sarà che dopo 10 ore di aereo accumulo una tensione tale che già il bar dell’aeroporto mi sembra la Terra Promessa.  Figuratevi dopo una settimana a casa di mamma…

 

6) Rifare la valigia. Secondo me al ritorno è ancora peggio che alla partenza, perché non solo devo rimetterci le stesse cose che avevo faticosamente incastrato prima di partire, ma ora devo riuscire ad aggiungere i Kinder, le Gocciole al Cioccolato e qualche altra cosa magnificamente 100% Made in Italy.

 

7) Disfare la valigiaCredo che in qualche cerchio dell’Inferno ci sia anche questa pena qua: dover disfare la valigia. Già li vedo, lì nel mezzo tra il Secondo Cerchio (quello dei Lussuriosi) e il terzo (quello dei Golosi) a disfare valigie e fare la divisione delle cose da lavare. E comunque dopo 10 ore di volo, di cui 3 a piangere e il viaggio della speranza per arrivare a casa mia, sicuramente disfare la valigia è l’ultima cosa che voglio fare, “Caronte non ti crucciare“, anzi scansate. Disfare la valigia per me è un dramma, una cosa talmente triste e stancante allo stesso tempo che devo essere veramente ispirata (o obbligata) per poterlo fare.

8) Cercare di far durare le cose (il cibo) portate dall’Italia almeno una settimana. Sento già la musica di Mission Impossible nel background e Tom Cruise che si muove per casa mia. No dai, ce la posso fare. Ce la posso fare. Ce la posso fare.

 

9) Riuscire a non farsi troppe domande esistenziali.  Sì, perché tornare a casa implica  anche questo: doversi rapportare con la Dura Verità. Quale sarebbe? Per me è vedere tutti i vari accomplishments di coloro che sono cresciuti con me: matrimoni, convivenze, figli,… Sì perché mentre io ero impegnata a litigare con quello seduto accanto a me in aereo o in fila al check-in, mentre ero impegnata a prenotare camere di albergo singole oppure a vedermi con gente le cui facoltà mentali sono meno sviluppate dell’Homo di Neanderthal, le altre persone sono veramente andate avanti con la loro vita. E così ti soffermi e li guardi beati nella loro quotidianità fatta di piccole cose, di piccole abitudini e di grandi soddisfazioni….e mentre li guardi ti chiedi “avrò veramente fatto la scelta giusta?”, “e se fossi rimasta lì invece di peregrinare da un posto ad un altro? a quest’ora anch’io avrei un marito, almeno due figli e un cane.” …O forse no, forse doveva andare così…E così invece di portare a spasso il cane mano nella mano con mio marito e poi disfare la valigia insieme sorridenti e felici, vado a bere una birra in solitudine e poi della valigia sì vedrà..

 

10) Rientrare nel caos organizzato della tua routine quotidiana che avevi prima della partenza. Anche questa non è cosa semplice. Ma non solo per la differenza nel ritmo di vita tra Firenze e New York, non per la differenza tra la Tramvia o la metropolitana, ma tutto sta nel riuscire a riabituarsi all’assenza di quelle persone che per te sono ovviamente tutto, e che sono nuovamente così lontane. E’ così facile abituarsi alla presenza delle persone, a quei piccoli gesti automatici e quotidiani che poi, anche se solo per una settimana,  sembrano che siano stati sempre lì anche a distanza di chilometri e che invece ora, back in New York, li hai persi nuovamente.

 

CHE STRESS, ma che bello rivedervi tutti. Non vedo l’ora.

 

E voi, Expats o studenti e lavoratori fuorisede, cosa odiate di più quando dovete affrontare dei viaggi di questo tipo? Fatemi sapere che sono curiosa…

 

Un abbraccio,

The Sillygoose

 

 

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3 risposte a "Cosa significa trascorrere le vacanze in Italia quando sei un Expat."

  1. Praticamente tutti i punti sulla lista, ma giusto perché mi ritrovo a doverci fare i conti proprio adesso: le valigie.
    Quella da spedire in stiva proprio non vuole saperne di chiudersi. Sto praticamente giocando a Tetris con i suoi contenuti e provo a liberare spazio spostando il possibile nel bagaglio a mano. Stress infinito.

    Piace a 1 persona

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